Mentre il diciannovesimo secolo volgeva al termine, la Rivoluzione Industriale era in pieno svolgimento con ingegneri e scienziati che testavano i limiti della potenza generata da acciaio, carbone e petrolio. Ovunque sulla Terra, le nazioni gareggiavano per trovare i mezzi migliori e più efficienti per sfruttare questo potere e ogni anno una o l’altra industria veniva rivoluzionata da una nuova tecnologia. L’attività agricola, quella di taglio del legname, l’attività mineraria,... Qualsiasi industria veniva trasformata, resa più efficiente e produttiva. Durante questa corsa tecnologica, uno scienziato di nome Nicola Tesla sperperò senza ritegno i risparmi della moglie, e quelli di molti investitori, per costruire una “Fabbrica” dalle dimensioni di una città nel cuore della Transilvania.
Subito dopo la sua costruzione, cominciarono a circolare voci sulla creazione di esperimenti folli e fantasiosie macchine considerate di nessun valore.
Poi, nel 1901, un emissario della “Fabbrica” richiese un’udienza con l’imperatore della Sassonia, offrendogli la possibilità di “essere il primo testimone dell’ultima invenzione partorita dalla mente geniale del sig. Nicola Tesla, una creazione che cambierà il mondo, come mai si è visto nella storia dell’umanità”. L’imperatore, ben a conoscenza della reputazione di sognatore inconcludente di Tesla, fu divertito dall’audace richiesta e accettò, più per curiosità che per effettiva fiducia nelle affermazioni dell’emissario. Un mese dopo, l’emissario arrivò accompagnato da un piccolo entourage trasportando una grande cassa di legno. C’era aria di spettacolo, venata dalla sicurezza di chi sapeva di custodire un prezioso segreto. La curiosità dell’imperatore fu ulteriormente stimolata, ed
egli si mosse leggermente: sapeva che l’effetto era pura teatralità, ma non poteva più arrestare il senso di attesa che lo colse.
“Se essi stanno per farci perdere il nostro tempo, che sappiano almeno mettere su uno spettacolo decente!”, sogghignò verso sua moglie. Ella sfoggiò il suo sorriso sussuegoso mentre li guardava posizionare la cassa per la loro grandiosa rivelazione. Suo marito l’aveva forzata ad abbandonare uno dei suoi consueti conciliaboli con la nobiltà per presenziare a questa farsa, ed ella non vedeva l’ora che terminasse.
La parte anteriore della cassa era stata intanto aperta e l’emissario avvicinandosi ad essa si voltò verso l’imperatore con una austera espressione di reverenza. Poi, senza ulteriori cerimonie, l’emissario parlò.
“Illustre imperatore della grande nazione di Sassonia,” intonò solennemente, “sottometto umilmente al vostro studio e approvazione la prima macchina al mondo automatizzata in grado di camminare”. Senza che l’emissario toccasse nulla, il pesante coperchio della cassa cadde sul pavimento e da essa emerse una macchina dotata di quattro gambe. Era alta circa come un uomo e si muoveva su gambe minacciose, simili a quelle di un ragno. Si fermò, si voltò e poi salì i gradini verso l’imperatore, fermandosi di fronte alla corte imperiale, nel silenzio, eccezion fatta per il ronzio appena percettibile di macchinari al suo interno. I presenti rimasero ammutoliti.
La stessa moglie si ritrovò con la propria bocca - e la propria mente - come bloccate per effetto di ciò a cui aveva appena assistito.
“Il grande scienziato Nicola Tesla ha speso gli ultimi cinque anni della sua vita e dei suoi averi perfezionando la ‘automacchina’” disse l’emissario, con la tranquilla sicurezza di chi resta imperturbabile in presenza di tante persone potenti e influenti. Disponibili come ‘tute da lavoro meccanizzate’ e azionate manualmente, di grandi dimensioni, o anche più piccole e autonome come questa: il sig. Tesla ha sfruttato tutte le forme di energia conosciute dall’uomo. Presto sfrutterà anche quelle ancora sconosciute. Ad ogni modo, ha dimostrato di essere il più grande scienziato ed inventore. Qualsiasi altra tecnologia, in senso ristretto, può rimanere utile, ma è ora resa obsoleta. La Fabbrica è il ventre da cui è nato il futuro. Le Automacchine sono il futuro, Tesla è il futuro”.
L’imperatore rimase sbalordito. Sono solo un bambino, pensò. Tutto quello che ho sempre saputo non è nulla.
Lentamente girò lo sguardo dalla automacchina verso l’emissario venuto “dal futuro” che aveva turbato la sua visione del mondo in una manciata di secondi.
“Grazie per aver condiviso con me, oggi, tutto questo”, riuscì a dire affidandosi a decenni di allenamento in dignità per riprendersi. “È piuttosto impressionante”.
“Si tratta solamento di un prototipo”, disse l’emissario. “Mentre stiamo parlando, il sig.Tesla continua a migliorare i suoi progetti ed a creare nuove visioni per rimodellare il mondo.
“Capisco,” rispose l’imperatore, “e queste... automacchine, come le chiamate voi, sono in grado di sostituire le attrezzature che possediamo oggi?”.
“Per piccoli compiti, sì, le automacchine possono aiutare in vari modi. Per lavori più faticosi quali il taglio e trasporto
del legname o l’estrazione mineraria, sono più adatte le “tute da lavoro meccanizzate” più grandi, che richiedono un operatore. Possono essere configurate per adattarsi a qualsiasi scopo.
“Qualsiasi scopo?”, interrogò l’imperatore. Un vago sorriso apparse sul volto dell’emissario.
“Qualsiasi scopo”.
La mente dell’imperatore si adattò in maniera sorprendentemente rapida al nuovo ordine mondiale.
La promessa che queste macchine potessero servire per “qualsiasi scopo” accese la sua immaginazione e la sua mente corse avanti per figurarsi le possibilità apparentemente illimitate.
“E questo stimato sig. Tesla sta cercando ulteriori investitori?”, egli domandò. Il sorriso dell’emissario crebbe leggermente.
“Il sig.Tesla è aperto a nuovi rapporti d’affari” rispose.
“Sono io il primo ad avere visto questa invenzione?” L’avidità cominciò a impossessarsi dell’imperatore. L’emissario annuì. “C’è l’intenzione di condividerla con altri?”
“Molte altre esposizioni di questo tipo sono già state organizzate ed altri Emissari stanno trasportando prototipi in tutta Europa: essi incontreranno i capi delle altre nazioni nei prossimi giorni e settimane.”
Quindi, il tempo è essenziale, pensò l’imperatore. Mostrò il suo sorriso più diplomatico.
“Grazie ancora per la notevole esibizione. Sarei onorato della sua presenza a cena per discutere la questione ulteriormente”.
Le dimostrazioni delle automacchine sortirono gli effetti sperati. Nonostante i prototipi mandati alle nazioni dell’Europa fossero per la maggior parte di scarso valore, esse catturarono l’immaginazione di tutti quelli che li avevano visti e di molti che non li avevano visti. La voce si sparse velocemente e l’eccitazione crebbe fino a diventare ben presto ossessione per questa nuova, sconosciuta e difficilmente comprensibile tecnologia. Tutte le nazioni intravidero le possibilità presentate da queste meraviglie meccaniche: nel giro di poco tempo, tutte avevano negoziato contratti con la Fabbrica ed inviato rappresentanti per supervisionare il progetto delle loro automacchine e tute da lavoro meccanizzate, uniche e personalizzate per specifici scopi e conformate alle linee dell’estetica nazionale. Il vantaggio per il loro utilizzo in ogni settore industriale era ovvio sin dal principio, ma erano le potenzialità difensive della macchina a generare la maggiore eccitazione tra i leader delle nazioni. E l’eccitazione portò agli investimenti.
Le tute da lavoro meccanizzate, o “Mech”, erano più versatili, più potenti e più imponenti e divennero il centro dell’attenzione delle nazioni che cercavano di difendersi da vicini con intenzioni ostili, vere o presunte. Dopo che la Fabbrica prese a consegnare le prime commissioni, divenne chiaro a Tesla che egli non poteva stare dietro alla crescente richiesta della sua invenzione, così, sebbene riluttante, su consiglio della figlia, vendette la licenza alle nazioni per usare i suoi brevetti.
Tuttavia, insistette fermamente nel vendere solo i progetti più primitivi usati nelle prime commissioni, tenendo i Mech e le automacchine più avanzate da utilizzare a sua discrezione. Con questi brevetti, ciascuna nazione cominciò a sfornare pesanti e sgraziati Mech, mentre Tesla continuava ad ammassare una fortuna che, si diceva, rivaleggiava con quella di tutti gli altri paesi.
In pochi anni, la presenza di Mech e automacchine divenne una costante anche nella maggior parte delle campagne più idilliache. L’aumento della produzione fece scendere il costo dei Mech più vecchi e più piccoli usati come strumenti da lavoro ed in molti paesi dell’Europa i ricchi proprietari terrieri possedevano da tempo intere scuderie di Mech come loro strumenti per la coltivazione, il taglio del legname, l’estrazione mineraria. Tuttavia, questo abbassamento dei prezzi fu reso possibile solo da un’industria in grado di produrre mostruosità pronte per la guerra che stava crescendo in dimensione e quantità. Il popolo si abituò a questi nuovi strumenti e alle mastodontiche macchine da guerra con velocità sorprendente. Molti ancora non capivano le macchine, ma le vedevano e le accettavano: in breve tempo esse divennero qualcosa di familiare. Certo, alcuni si lamentavano del rumore o dell’odore o del petrolio che inquinava la terra. Alcuni ricordavano i “vecchi tempi”, sostenendo che più veloce e potente non sempre significava migliore. Un aratro trainato da un bue, una sega a mano, una cavalcatura a dorso di cavallo generavano in alcuni sentimenti di dignità e di onore, mentre questi nuovi macchinari rappresentavano un futuro oscuro e sudicio, pieno di incognite sconosciute. Eppure, queste voci si udivano raramente, e ancor più raramente coloro che erano al potere vi davano credito.
Vi erano, tuttavia, delle eccezioni. Il Khan della Crimea apprezzava i benefici portati dai nuovi strumenti all’agricoltura, ma era timoroso circa l’eccessiva dipendenza da essi. Fu la sua impudente e audace figlia a rimanere affascinata dalle macchine, e fu lei che, vedendo i suoi vicini migliorare ampiamente le loro armi da guerra, ebbe paura di rimanere indietro. Amando sua figlia più dei metodi del passato, il Khan alla fine cedette alle sue insistenze di “modernizzare” i macchinari. I giovani e i potenti videro frenesia e potenziale in questi Mech e si lanciarono a capofitto nell’ineluttabile fine di tutte le rivoluzioni tecnologiche.
Nel 1910, lo zar dell’Unione Rusviet scampò ad un tentativo di assassinio. L’attentatore scappò, ma il fidato consulente dello zar, Grigori Rasputin, giurò di aver visto l’accusato e inviò uomini sulle sue tracce. Qualche giorno dopo, Rasputin si presentò con il corpo di un uomo che portava addosso documenti con il sigillo della Repubblica di Polania, il quale, disse, aveva confessato il tentato assassinio prima di essere giustiziato. La Polania negò queste “accuse spregevoli e senza fondamenta”.
Crebbe nell’Unione l’indignazione per l’attacco e per la negazione sfrontata e solo un paio di settimane dopo i soldati dell’Unione Rusviet spararono a diversi ingegneri della Polania nei pressi della Fabbrica, uccidendoli. La Repubblica di Polania si adirò per questa violazione e, non molto dopo, le milizie istigarono schermaglie tra le due nazioni mentre la popolazione gridava vendetta.
L’Europa aveva raggiunto il punto massimo di crisi. Essendo sazia dopo quasi un decennio di prosperità ed ansiosa di provare le nuove macchine da guerra, in poco tempo queste schermaglie isolate alimentarono le paure della gente di tutto il continente che si aggrappò al patriottismo come risposta. Le nazioni iniziarono ad ingaggiare battaglie manifeste nei pressi dei confini.
Qualsiasi dispetto, vero o immaginario, tra mercanti rivali divenne una questione di orgoglio, sicurezza e prosperità nazionale. Qualsiasi opportunità per provare una nuova arma o reclamare un nuovo appezzamento di terra evolveva come se fosse un’operazione chiave per la sicurezza nazionale. Solo pochi mesi dopo il tentato assassinio dello zar di Rusviet, la Grande Guerra era cominciata.
Sembravano così eccitanti le prime schermaglie della Grande Guerra, ma nessuno era pronto per una guerra su larga scala. Nell’ansia di sperimentare nuove armi e tattiche, i generali europei non consideravano la portata o le conseguenze delle loro azioni. Nei primi mesi della guerra, la popolazione vedeva solo immagini di imprese e trionfi.Le nuove armi erano spettacolari e maestosamente tremende. I Mech causavano una tale distruzione che la mente non poteva misurare, e non appena le nazioni accettarono le loro nuove capacità, per la paura delle terribili armi nemiche, si rifiutarono di smettere di usare le proprie.
Così la guerra si trascinò, anno dopo anno. Il bilancio registrò morti a decine di migliaia, poi centinaia di migliaia. I civili non potevano nulla se non stare a guardare nella speranza che il fato non li ponesse sul cammino di questi colossi combattenti.
Quando la primavera del 1916 cominciò a lasciar posto ad un anticipo di estate, ci fu un nuovo inasprirsi della guerra.
Questa volta, tuttavia, si avvertiva la sensazione di un atto conclusivo. Permeava tutti, dagli strateghi di alto livello, ai contadini che lavoravano nei campi, e anche se non vi era una differenza visibile nello stato delle cose, l’aria ferveva di perentorietà. La popolazione, i soldati e perfino i leader erano stanchi di questa guerra. Nell’estate del 1916, i maggiori attori della Grande Guerra arrancavano raccogliendo gli scampoli delle loro forze per prepararsi all’apice della guerra. Poi, come in risposta ad un invisibile segnale, si sollevarono in una finale e violenta esplosione che fu il rantolo della morte della Grande Guerra. Quando il fumo oleoso si schiarì, rimaneva solo desolazione ed i sopravvissuti si trascinarono fiacchi e distrutti verso casa.
La Grande Guerra aveva indebolito ogni nazione coinvolta. In lutto ed esausta, la popolazione andò incontro alla fine della guerra con sbalordimento e cauto sollievo. Nelle prime settimane del cessate il fuoco, molti si aspettavano che le ostilità si sarebbero riaccese da un momento all’altro. Gradualmente, si tranquilizzarono e divennero persino speranzosi. Poi, un paio di settimane dopo la fine dei combattimenti, furono annunciate tregue formali tra diverse nazioni.
Sembrava che, per il momento, i governanti e i politici fossero sazi di guerra e che i cittadini delle loro nazioni fossero tutti ben felici di iniziare la ricostruzione. Tuttavia, i leader militari delle nazioni non avrebbero dimenticato le lezioni imparate, e le nuove tecnologie sviluppate durante la Grande Guerra non sarebbero state semplicemente ferme nelle armerie a raccogliere polvere.
Sin dall’inizio Tesla era consapevole del fatto che le sue macchine avessero il potenziale per creare morte e distruzione. Tuttavia, nello slancio di testare le sue invenzioni e finalmente ricavare profitto sul loro potenziale, dopo così tanti anni di derisione e perdite finanziarie, egli non considerò veramente il devastante potenziale dei suoi progetti.
Nella sua mente, la capacità di devastazione delle macchine era, nel migliore dei casi, puramente teorica. Egli gareggiava con i leader mondiali nella smania di esplorare la propria tecnologia. Dove essi cercavano potere, egli semplicemente cercava i limiti della sua abilità.
Forse si immaginava semplicemente un Mech schierarsi in una battaglia onorevole contro un altro, come cavalieri duellanti in armature oleose e meccanizzate, con le ferite misurate in pezzi di ricambio e macchie d’olio e, forse, nella occasionale morte dell’operatore. Forse non li aveva mai nemmeno immaginati in battaglia, ma sembrava chiaro che non avesse mai immaginato queste macchine industriali da guerra messe in competizione con carne umana.
Qualsiasi cosa avesse immaginato, questa non corrispondeva alla realtà. I suoi Mech furono certamente usati in battaglia, ma non hanno mai sostituito soldati e cavalleria. Li hanno integrati. E li hanno sopraffatti.
Tesla non aveva mai creduto interamente ai primi rapporti dai suoi ambasciatori relativi alla distruzione creata dalle sue macchine. Chi manderebbe in battaglia soldati a fianco di questi colossi? Erano forse folli? I primi rapporti parlavano di mucchi di soldati massacrati in pochi momenti.
Con il passare degli anni, le tattiche si adattarono, raramente fanteria e cavalleria sopravvivessero più di un paio di battaglie in cui Mech erano coinvolti. Tuttavia, furono le perdite civili che spinsero Tesla oltre il limite.
Gli eserciti avevano dimostrato poca discrezione nell’uso delle loro nuove macchine di morte ed esistevano innumerevoli racconti di fattorie prese di mira o paesani semplicementi finiti in mezzo al fuoco incrociato.
Alla fine, Tesla decise di voler vedere con i propri occhi:egli lasciò il suo lavoro e la sua Fabbrica per visitare la campagna.
Ovunque vide corpi.
Soldati.
Cavalli.
Contadini.
Famiglie.
Bambini.
E comprese che questi erano soltanto coloro che non erano ancora stati recuperati, distesi nei campi, nei fossati, nei fienili, nelle case.
Vacillò. Qualcuno disse che diventò pazzo. Ad ogni modo, si ritirò nella Fabbrica, cessando qualsiasi lavorazione e licenziando tutti i lavoratori. Prese sua figlia, chiuse le porte della Fabbrica, e insieme scomparvero.
Qui cominciò la storia di Scythe. Scythe iniziò con il gioco base, si espanse con Invaders from Afar e prese il volo con The Wind Gambit. Ora è il momento di completare la trilogia di Scythe.
BENVENUTO A THE RISE OF FENRIS.